Ora disponibile: Uno Stregone a Waikiki per A.J. Llewellyn

A Wizard in Waikiki Italian 23Uno stregone a Waikiki
Autore: A.J. Llewellyn
Serie: Uno stregone a Waikiki Libro I
Genere: gay romance, M/M, paranormal, sovrannaturale
Editore: Ai Press
Lunghezza: romanzo breve
eISBN: 978-1-937796-90-7
Prezzo: 2.99 USD

Livello di sensualità: 3 fiamme

Acquista da: Amazon Kindle|Amazon IT|BN Nook|Google Play

Cover art: Les Byerley
Traduzione: Martina Nealli

Evocato da un lontano passato, Konu emerge dal mare per esercitare il suo potere in cambio della libertà di vivere e di amare… Se le forze del male non lo trovano per prime!

È un giorno di sole come tanti altri a Waikiki quando dall’oceano emerge un individuo di straordinaria bellezza e prestanza, sconvolgendo i presenti. Si chiama Konu, è uno degli antichi stregoni il cui potere dimora ancora nelle sacre pietre, ed è venuto da molto lontano – da Tahiti – per ristabilire l’equilibrio nella battaglia invisibile fra il bene e il male.

Senza uno straccio d’abito a coprire la sua nudità, Konu si dirige al recinto dove sono ammassate quattro grosse rocce che la maggior parte dei turisti neanche degna di uno sguardo. Sono le Pietre degli Stregoni, posizionate fra la spiaggia e il passaggio pedonale del Kalakaua Avenue. La vista di una giovane di origine asiatica che stende con noncuranza un telo sulle pietre lo indispettisce al punto da spingerlo a intervenire, attirando ancora di più l’attenzione generale. Un poliziotto vorrebbe arrestarlo per indecenza, ma il nonno della ragazza, scambiandolo per un senza tetto un po’ svitato, gli offre il suo aiuto.

Apparso dal nulla nella Waikiki dei giorni nostri, Konu è sconvolto e traumatizzato dai cambiamenti; in più, ben presto si rende conto di essere solo. Riuscirà a trovare il proprio posto sull’isola… e forse anche l’amore?

Capitolo uno

Si levò dalle gelide, oscure profondità dell’oceano, la sofferenza e la paura che lo dilaniavano mentre la sua forma umana si plasmava lentamente ed emergeva, invocando aria. Dolce aria preziosa. Doveva respirare. Quando infine incespicò sulla sabbia bollente, il calore gli scottò i piedi, ma il dolore al corpo svanì appena fece i primi respiri affannati e profondi. La sua forma umana era talmente strabiliante da sembrargli perfetta, nonostante i piedi doloranti.

Non era questione di ego. Da cinquecento anni gli era proibito di godere del proprio corpo fisico, terreno.

Sono vivo. Sono umano. Sono qui!

Smaniava dal desiderio di fermarsi e… esserci, assorbire l’istante per cui aveva a lungo atteso, ma Konu percepì su di sé gli sguardi della gente in spiaggia. I lunghi capelli neri gli si appiccicavano al viso e alle spalle, bagnati dall’acqua di mare. Con gli occhi passò in rassegna la massa dei corpi sulla riva… le striscioline di tessuto colorato che indossavano.

Era venuto da molto lontano. Sotto il riparo delle tenebre, con le stelle come unica guida, era giunto nel luogo chiamato Waikiki. Ora, nella luce del tardo pomeriggio, logorato nelle forze, era stato costretto ad abbandonare l’inviolabilità del mare. Aveva tentato di attendere la notte, ma era stanco… tanto stanco.

Per cinquecento anni, la sua anima e quelle dei quattro stregoni insieme ai quali aveva operato, avevano osservato in attesa.

In lontananza, ai margini della sabbia, intravide delle grosse bestie… suoni possenti, lo sfavillio del fuoco delle torce tiki, il bagliore dei sorrisi. Udì delle risa e una dozzina di lingue diverse che cozzavano fra loro. Poi le vide. Le immagini, i suoni, tutto si placò. Ebbe un colpo al cuore alla vista delle pietre.

Le sue pietre.

Avvampò di rabbia quando una giovane donna stese un asciugamano spesso e colorato sulla cancellata, toccando uno dei quattro massi che rappresentavano il mana sacro degli antichi stregoni del quindicesimo secolo – Kapaemāhū, Kapuni, Kahāloa e… Kinohi, il nonno di Konu. Konu era stato il quinto stregone, il sacro guardiano delle pietre… fino a che non lo avevano bandito.

«Ehi!» gridò la giovane mentre lui strappava via l’asciugamano bagnato dalla cancellata in ferro che circondava le pietre e lo gettava a terra.

Sul tessuto stropicciato vide la parola Aloha.

Strinse gli occhi a fessura e spostò lo sguardo sulla giovane donna. Che fosse lei il segnale che stava cercando?

Allungò il braccio fra le sbarre per toccare i massi tondi. Non era semplice. Il cancello serviva a tenere lontane le mani infide degli umani. Lanciò uno sguardo ai colombi bianchi che sedevano vigili sulle rocce. Le testoline degli uccelli si voltarono a guardarlo. Quei guardiani del focolare in miniatura sembravano esausti quanto lui. Erano uccelli sporchi, arruffati e molto malati. Konu lesse le loro energie. In un lampo vide migrazioni e morti a migliaia. Questi erano i superstiti. Si erano raccolti sulle pietre come da sempre solevano fare le creature in difficoltà. Avevano bisogno del suo aiuto.

La cancellata era chiusa da un piccolo lucchetto che in condizioni fisiche normali avrebbe potuto rimuovere facilmente, ma adesso era indebolito dal viaggio. Era un sollievo che le quattro Pietre degli Stregoni fossero intatte. Quasi gli si spezzò il cuore alla vista di un uccello particolarmente scheletrico, che pareva vicino alla morte e giaceva sulla roccia di suo nonno. Continuava a becchettarsi, punzecchiandosi una ferita aperta sull’ala. Konu avvicinò la mano, impossibilitato a raggiungerlo. L’uccello zampettò più vicino. Nascose la testa sotto l’ala e Konu adoperò la sua magia. Cercò di capire se l’uccello volesse vivere o morire, ma ormai la gente aveva iniziato a sballottarlo. Doveva agire in fretta.

Donò vita alla creatura, e con un gesto della mano fece apparire qualche verme sulla superficie delle roccia. L’uccello li ingollò con fervore. Il potere sovrannaturale della pietra avrebbe ripristinato il suo nucleo vitale. Konu lottò per toccare la pietra. Vide che la gente aveva portato delle offerte. Lungo le colonne della cancellata erano appese lei di orchidee violette. Ce n’era persino una di conchiglie. L’accarezzò esitante. Era lì da poco.

Di fronte c’erano due targhette di bronzo. Esaminò la scrittura. Era inglese. Dovette rieducare la mente per leggere le parole.

Le voci intorno si fecero più chiassose mentre la sua mano sibilava come un lampo accanto al potere senziente delle rocce. Ah, la magia vi dimora ancora. Percepiva le energie singole, eppure in qualche modo unite, che pervadevano le pietre. Inspirò a fondo e poggiò la mano sull’ultima, quella che rappresentava suo nonno. Konu, da lungo esiliato dalla famiglia, bramava un contatto sincero con Kinohi. Avvicinò la mano alla roccia, ma toccò invece una lei gialla. L’ilima, il fiore degli dei.

Chinò la testa e pianse.

Non ci hanno dimenticato.

A lungo aveva atteso, e ora che era lì, le emozioni avevano preso il sopravvento. Si aggrappò per un attimo alle sbarre di ferro, sbattendo le palpebre per scacciare le lacrime calde dal proprio volto. Allungò di nuovo la mano, e stavolta sfiorò la pietra del nonno. Un tenue crepitio dall’interno. Il mana era ancora lì. Inquinato, ma c’era. Dormiente. La pietra aveva tentato di proteggersi. Ora capiva perché la sua famiglia lo avesse mandato lì.

L’uccello che aveva guarito si era alzato sulle zampette traballanti. Konu vide che una era rotta. Con un altro scatto del polso, guarì l’arto ferito. L’uccello lo scrutò con l’occhietto tondo e nero, saltellò sulla roccia più alta e si accoccolò per osservarlo.

«Vola» disse Konu, ma il colombo rimase coi suoi compagni.

«Mi ha buttato l’asciugamano per terra!» gridò la donna accanto a lui. «Qualcuno chiami la polizia. Questo qui è un lolo… è matto!»

Konu cercò di non reagire con rabbia di fronte alla donna che tanto si agitava per il telo. Cercò di ascoltare, di osservare… di attendere. Aveva sperato in una qualche ispirazione divina, in un messaggio dal cielo, ma durante le settimane trascorse da quando aveva intrapreso il viaggio da Tahiti, era stato costretto ad affidarsi solo al suo intuito e alle costellazioni. Avvertì una mano pesante sulla spalla.

«Signore, a Waikiki non è permesso girare senza vestiti» gli disse una voce. Konu sospirò. Tentò di dissolversi, ma non ci riuscì.

«Mi scusi, agente. È con me».

Konu si girò verso il punto da cui proveniva la voce; abbassò gli occhi stanchi e affaticati e scoprì che si trattava di un anziano signore di origine asiatica. Minuscolo, quasi gobbo e con metà dei denti in bocca, e tuttavia possedeva ancora una grande forza vitale.
Lo conosco… no…

Per un fugace istante, fu attraversato dall’ombra di un ricordo.

Konu non aveva mai visto quell’uomo; di questo era sicuro. Il suo antenato… Sì, ora ricordo. Devo rammentare il suo nome. Ho un debito di gratitudine nei confronti di suo nonno… o è lui che ce l’ha nei miei? Sono stanco… tanto stanco.

Il vecchietto strappò l’asciugamano alla donna e lo avvolse alla vita di Konu. Konu era tentato di protestare, ma l’uomo in uniforme con la mano sulla sua spalla lo scrutava con aria severa. Il vecchietto gli afferrò la mano.

«Non voglio andare» disse Konu quando il vecchio si allontanò di corsa dall’oceano, con lui al seguito. Rimase senza fiato alla vista delle macchine mostruose sulla strada. Emanavano una puzza tremenda. Che fine aveva fatto la sua adorata spiaggia immacolata di Ulukou?

La giovane donna li seguì con un’espressione imbronciata, le braccia incrociate sul petto, finché non furono sul lato opposto della strada.

«Chi è questo?» chiese, facendosi schioccare qualcosa nella bocca, da cui uscì un pallone rosa. A quel punto, Konu si sentì in pena per lei. Oh, povera donna, era chiaramente ammalata. Aveva bisogno del suo aiuto.

«Signorina, di che origine è il tuo male?» chiese.

«Male?» Il vecchio lo fissò. «Non è malata».

Konu indicò il pallone che le usciva dalla bocca.

«Quella è gomma da masticare. Ne vuoi una?»

Gomma da masticare? Konu scosse la testa. La vita a Waikiki non era come l’aveva immaginata, né come la ricordava.

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Kokoro Press offers literary and mainstream fiction.
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